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1. 20.000 a.C.-1492: GLI INDIANI PRIMA DEI BIANCHI LA
RELIGION “Eravamo un popolo senza leggi,
ma eravamo in ottimi rapporti con il Grande Spirito, Creatore e Signore del
tutto. Ci giudicavate dei selvaggi. Non capivate le nostre preghiere; né
cercavate di capirle. Quando cantiamo le nostre lodi al sole, alla luna o al
vento ci trattate da idolatri. Senza capire, ci avete condannati come anime
perse, solo perché la nostra religione era diversa dalla vostra.” Queste sono
le parole di un capo indiano del XIX secolo mentre riflette sul rapporto tra
indiani e bianchi. L’indiano viveva in armonia con
tutto ciò che lo circondava e non si sentiva superiore a niente, né alle
cocce, né agli alberi o gli animali; “la pianta è come un essere vivente
perché vive e si sviluppa. Quando si uccide un animale bisogna chiedergli scusa
perché gli si toglie la vita in cambio di quella di un altro.” Per loro le cose e gli esseri erano
forme materializzate dalla comunità creatrice. Il creatore aveva un nome
diverso a seconda delle religioni; e alcuni animali erano da intermediari tra
lui e gli uomini. Sulla costa del NORD-OVEST, davanti
ad ogni casa c’era un palo scolpito e dipinto con i colori dell’animale
scelto, e quando l’indiano mangiava l’animale, osservava dei riti
particolari. L’indiano temeva i Mostri o i
cannibali dei Kwakitul, o il serpente d’acqua degli Algenchini. Tutti questi
spiriti erano nei cieli, nelle montagne e nei mari. L’universo era formato da diversi
mondi compreso quello degli uomini. Questi mondi corrispondano tra loro come le
sei rette dello spazio cioè i punti cardinali più lo Zenit e il Nadir. I PUEBLOS associavano a queste
rette un colore sacro, dei Totem e dei numeri. Ogni anno si svolgevano cerimonie
augurali per la raccolta del mais, del tabacco e in occasione dell’aperture
della caccia d’estate. In queste feste la musica e la danza avevano un ruolo
importante per la comunicazione con le forze della natura e dello Spirito. “Non tutti i canti sono
religiosi, ma non c’è avvenimento che non abbia un canto corrispondente”.
Così disse un indiano. Durante la danza si suonavano lo
zufolo, il tamburo in pelle, e le nacchere. Dopo ottobre, dopo la raccolta, i
DELAWARE erigavano “la Grande Casa” per celebrare la rinascita del mondo.
All’interno si svolgevano danze con gli Spiriti che si impossessavano dei
presenti. Un riformatore, Bel Lago, chiamato
così dagli indiani, fondò paganesismo e cristianesimo. Nel SUD-OVEST gli Zuni avevano sei
culti: il Sole, gli Uwanami (provocatori di piogge), i Kachina, i sacerdoti dei
Kachina ecc. I Kachina erano duecento spiriti
che vivevano sotto la superficie delle acque e gli Zuni credevano che ogni anno
questi visitavano i loro villaggi. Gli indiani usavano fare la danza
del Sole; veniva organizzata verso la fine della primavera. I danzatori si
trafiggevano la cassa toracica con ganci di ferro fissati con una corda da un
palo e volteggiavano finchè la carne non si lacerava; fissavano il sole e
cercavano di comunicare con il Grande Spirito. Questo rito fu poi proibito dal
governo degli Stati Uniti nel XIX secolo. Presso i Sioux, i grandi massi e le
rocce erano oggetti di culto. Sognare le pietre sacre era un onore. I Sioux interpretavano i sogni ed
era accettato che i sogni corrispondevano al carattere dell’uomo. Per questo si diceva che un giovane
privo di Grande Spirito non poteva fare gli stessi sogni di un capo. Il
sognatore doveva fare tutto ciò che il sogno gli comandava, Gli indiani raggiungevano le
visioni con il tabacco e la specie più diffusa era la NICOTINA RUSTICA. Nelle cerimonie la pipa e il
calumet passavano di mano in mano. L’uso del tabacco era molto
religioso. Alcune tribù usavano una droga
allucinogena che ricavavano da una pianta “la datura”, e altri la usavano
come farmaco per le fratture. Nei riti di purificazione veniva usata “la
bevanda nera” che provocava il vomito. Il bianco introdusse l’alcool e
l’indiano capì che era una sostanza che facilitava il raggiungimento delle
visioni. Più di ogni altra cosa era lo
“SHAMAN” che aveva il potere di provocare le visioni e dai bianchi veniva
chiamato “lo stregone”. Lo Shaman aveva dei comportamenti
strani sin dall’infanzia. I sogni di questo determinano il suo futuro. I feti
normali sognavano la loro futura nascita mentre i futuri Shaman cercavano un
modo per impedire la nascite perché essi detestavano la vita. Preferivano
morire alla nascita e far morire anche la loro madre durante il parto. Durante la giovinezza i Shaman
diventavano cattivi. Lo Shaman si trapassava il petto
con una freccia senza farsi alcuna ferita, resistevano al fuoco. Dello Sheman si
potevano ereditare i poteri tramite i sogni. Veniva chiamato Shaman anche
l’uomo-medicina che era maestro di vita e di morte. Poteva scacciare le
malattie e potava fare ammalare chi voleva. Era molto rispettato perché aveva
dei poteri ed era aiutato dagli Spiriti. Le piante venivano raccolte e
preparate come diceva lo Shaman.
In luglio e agosto non venivano raccolte
le piante; la corteccia dell’albero veniva strappata dal basso verso l’alto.
Lo Shaman preparava tisane e cataplasmi per i reumatismi con il grasso d’orso.
Da questo grasso si ricavava un olio da spalmare sul corpo per ripararsi dal
freddo o per curarsi le ferite. Lo Shaman curava le ferite di guerra
applicandovi sopra uno strato di gomma di pino ed estraeva il veleno
succhiandolo. Le crisi epilettiche e febbri venivano
curate con delle erbe. Un puritano disse che lo stregone sudava
durante i suoi incantesimi al punto di raggiungere l’estasi. Lo Shaman è stato visto guarire una donna
mettendo sul braccio della donna una pelle di serpente; il braccio si è
trasformato in un serpente e si è avvolto al corpo della donna. Lo Shaman invocava gli spiriti, tastava le
parti doloranti, chiamava lo spirito maligno impedendogli di abbandonare il
corpo del malato, e tutto ciò avveniva tra grida, gesti violenti, agitando un
bastone di cuoio ripieno di sassi e ornato di oggetti muniti di potere. Se il malato moriva era per volontà degli
spiriti, e in casi disperati l’ammalato veniva ucciso. Il passaggio dalla vita alla morte doveva
avvenire attraverso delle regole. I riti funebri portavano il defunto tra i suoi
antenati. L’indiano non temeva la morte. I Pueblos sotterravano i defunti, mentre
altri li incenerivano. Sulla tomba del defunto venivano sacrificati degli animali in
modo che il morto non si vendicava. Tutto ciò che gli apparteneva veniva
bruciato. La morte di un bambino o di un vecchio era meno sentito di quello di
un adulto o guerriero, e per questi tutta la tribù partecipava al lutto. Al funerale di un capo c’erano canti e danze. La famiglia
del defunto si tagliava i capelli, si vestivano di nero (anche il viso), non
partecipavano ai festeggiamenti e non mangiavano cibi caldi. Tutto ciò per
diversi mesi: il marito per almeno un anno. Il morto attraverso i sogni proteggeva la famiglia. Vengono sepolte ad Ovest o a Sud/Ovest per facilitare il
viaggio dell’anima verso il regno dei morti. Il fiume divideva il regno
dei morti e il regno dei vivi. Vicino al Grande Spirito c’era una luce più chiara del
sole e qui non c’erano dolori e malattia. La
religione indiana non conosceva il male,era una religione generosa. Il bianco, unitamente al vaiolo e all’alcol, potò anche
la nozione del bene e del male, del diavolo e dell’inferno.
TITOLO: Storia degli indiani d’America Carmelina Fiumara |